Silvia Leveroni Calvi espone per la prima volta a Torino presentando le Chaises, con cui si è distinta sulla scena artistica contemporanea, e alcune opere che sono frutto della sua ricerca pittorica più recente. 

Nei lavori di questa autrice italo-francese, che con tocchi lievi e veloci della spatola materializza atmosfere dai cromatismi crepuscolari, forma e colore esprimono la fugacità di uno stato effimero entro quello che Michel Simon ha definito un “universo minerale” ove si respirano “Les Harmonies du Soir care a Baudelaire", ma anche a Franz Liszt. In quella stessa dimensione carica di emozioni, Muri e campiture con geometrie evanescenti diventano astrazioni di luce e polvere, immagini scaturite da quell’élan vital che anima l’estro creativo di Silvia Leveroni Calvi. Sono pitture intrise di lirismo, le sue – non a caso accompagnate dai versi di André du Bouchet e Gaël Coupé in due personali del 2009 e presentate nella mostra “Ut pictura poesis” al Centre culturel “Juliette Drouet” di Fougères nel 2011.

I dipinti esposti in questa mostra rivelano l’assimilazione, da parte dell’artista, del Wabi-sabi (侘寂) – estetica giapponese legata a un ideale di saggezza basato sull’accoglimento della transitorietà, incompletezza e imperfezione delle cose. Lo stile che esprime questa visione del mondo si estrinseca nella semplicità e sobrietà delle forme, nell’uso di materiali naturali per creare manufatti a cui la patina del tempo conferisce un aspetto di trascendenza. Non a caso Gaël Coupé ha rimarcato come l’artista “imprime alla sua opera una temporalità materiale sensibile” così che “noi stessi vediamo ciò che lei ha scelto di rendere visibile” attraverso immagini in cui “l’astratto e il figurativo talvolta si fondono”. È questo ciò che si osserva, ad esempio, in Vaso, Ciotola e nei delicati Germogli in cui sono le terre uste, gialle, brune o bigie frammiste al gesso alabastrino a dar forma e colore a una pittura materica e al tempo stesso impalpabile, rarefatta. Una pittura che nell'astrazione cattura geometrie e nell'alterità restituisce visioni di oggetti quotidiani riflettendone l'aura, per dirla con parole di Walter Benjamin. 

Chaises bianco argento o plumbee, ma sempre vuote in uno spazio-tempo sospeso, sembrano attendere l'arrivo del La Signorina Felicita ovvero la Felicità al Meleto di Guido Gozzano, del quale ricorre quest’anno il centenario della morte. Nel suo componimento più famoso egli scriveva: “In molti mesti e pochi sogni lieti, / solo pellegrinai col mio rimpianto / fra le siepi, le vigne, i castagneti / quasi d'argento fatti nell'incanto; / e al cancello sostai del camposanto / come s'usa nei libri dei poeti”. Il Cancello fissato dall'artista sulla tela del suo dittico asimmetrico in una sorta di trompe l’oeil parrebbe essere il portale d'accesso a una dimensione, oltre il visibile, in cui  permangono emozioni, parole appena sussurrate e profumi di un giardino ove si è fatta sera. 

©  Febo e Dafne, 2016

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